Luca Tesauro, il valore delle persone e della fiducia

SEIUNISA - Incontro con Luca Tesauro


Sei Unisa, ancora una volta, regala preziose opportunità ai suoi borsisti. Un piccolo gruppo ha avuto il piacere di intervistare l’eclettico e intrigante Luca Tesauro, esempio di professionalità e di creatività eccellenti del territorio salernitano. Conosciamolo meglio.
 

A tu per tu con Luca Tesauro


Se potessi rubare una caratteristica alle nuove generazioni, cosa ruberesti?
 

La libertà di poter viaggiare. Il mondo oggi ti offre l’infinito e i giovani sono fortunati nel poter sfruttare questa opportunità. Ruberei certamente quella libertà di poter esplorare se stessi intorno al globo con più facilità e meno ostacoli. 

Cosa credi che, invece, manchi alla nostra generazione rispetto alla tua? 

Il non essere collegati, l’essere proprio sconnessi da tutto. Quello vi manca! Il fatto di non fare niente, di non vedere niente, o di magari vedere una sola cosa alla volta. Il fatto di non avere il tempo di riflettere su chi siamo. C’è troppa distrazione, troppe informazioni, un overload di tutto. Penso voi passiate ore al cellulare, no?! Anch’io per lavoro sono costretto a farlo, ed è una cosa che dopo un po’ mi pesa molto, per cui mi cerco i miei momenti, come la mattina alle 6:00. Questo un po’ manca secondo me. Infatti penso sia un bel business quello della “disconnettività”: Nokia, sconnecting people! Lo leggevo a Salerno, qualcuno ci ha fatto un murales. Una cosa che mi aiuta molto è fare due minuti di silenzio, chiudere gli occhi per un po’ e si rassetta tutto. L’altro tema è la mancanza di focalizzazione e concentrazione, l’estremo passare da una cosa all’altra. Pure la giornata di oggi: mi è iniziata alle 6:00.

Ma poi a che ora vai a dormire se ti svegli alle 6:00? 

Ieri sera, dopo il Napoli a mezzanotte che stavo arrabbiato, sennò di solito alle 11:00 o alle 10:00 e mi sveglio alle 5:00, alle 6:00, a volte pure alle 4:00. Dipende dai giorni, dai pensieri, perché a volte il cervello si accende alle 5:00 e quello è il momento migliore, in cui stai tu, tranquillo, nel buio, prima che si accende la luce, che stai in quella fase in cui stai per vivere un giorno in più. Là, l’energia che puoi creare, da solo, senza fare nulla, è enorme. 

Del tuo intervento mi ha colpito un sacco il fatto che hai dato molta importanza alle persone rispetto alle idee. Ho percepito la fiducia che scegliete di dare a chi ha un progetto e decide di rivolgersi a voi. Mi chiedevo allora: quanto pesa l’intraprendenza di una persona a fronte di un’idea di impresa visionaria e potenzialmente valida? Tra le due, quale conta di più secondo te? 

L’istinto, che è per me un elemento fondamentale, mi dice che dobbiamo tornare molto alle persone, che sono quelle che poi fanno le idee. Le idee nascono a prescindere, ma la fiducia è secondo me il tema fondamentale. Un tema che proposi anche al festival, diversi anni fa. Lavorare molto sulla fiducia, in se stessi e negli altri. È una cosa che, secondo me, può salvare buona parte anche delle tecnologie.  

Secondo te, quali sono le difficoltà e le opportunità di unire il Patrimonio Culturale, e più in generale la Cultura, all’innovazione digitale? 

Le possibilità sono diverse. Avete conosciuto Amleto (Picerno Ceraso), che vi avrà raccontato di come ha utilizzato le stampanti 3D per riprodurre i reperti dei musei. Questo è il classico esempio di come utilizzare la tecnologia nel campo del Patrimonio Culturale. Noi abbiamo girato un film a Pompei, facendo girare ai ragazzi delle scuole di Pompei, uno spettacolo teatrale basato sulla commedia di Aristofane, “Gli Uccelli”. L’opera è disponibile ora su Prime e Discovery+; ne è stata realizzato un docufilm, ed ora stiamo girando il secondo.Questa è la tecnologia, nel senso che tu hai una forma teatrale, all’interno di un contesto archeologico, e abbiamo realizzato un docufilm. Adesso abbiamo realizzato un nuovo format in cui i ragazzi raccontano gli scavi, e ne verrà fuori un altro docufilm. La tecnologia qual è? In questo caso è la piattaforma di Amazon; è un modo diverso di raccontare quella cosa. 

Vale sempre il concetto del saper comunicare? 

Sì. Ma ci sono anche delle tecnologie pazzesche. Ad esempio, negli scavi si può realizzare la ricostruzione 3D di tutto.L’educazione è molto importante, cioè come educhi a conoscere il passato attraverso la tecnologia. Molti esperimenti sono stati fatti con la realtà virtuale. Cosa le nuove tecnologie aiuteranno a fare nell’Archeologia non lo so, perché non conosco benissimo il campo. Ho degli amici archeologi che lavorano, uno però sta a Londra, l’altro non ricordo dove… è comunque un lavoro molto di ricerca, di studio, di contatto con la terra. La tecnologia può darti una mano a comprendere meglio… ma comprendi sempre meglio la Storia, quello che hai trovato. Forse in questo campo potrebbe essere utile l’intelligenza artificiale per collegare più scavi contemporaneamente e avere informazioni condivise, realizzare magari traduzioni più veloci di manoscritti. Leggevo che ultimamente hanno fatto un’altra importante scoperta a Pompei, mi sembra di averla letta ieri… vabbè, insomma, lì ovunque scavano trovano qualcosa. Forse la tecnologia può aiutarci a capire tutto quello che si trova sottoterra a Pompei (ironico). È utile la tecnologia per sapere prima dove e cosa scavare, ecco. Ottimizzare i tempi. La questione qual è? Che la Storia va preservata, anzi, va valorizzata. Come dici tu (Valentina Caroccia), è uno strumento importante…però i posti di lavoro vanno in un’altra direzione. Se ti devo dire le richieste di posti sul mercato del lavoro, e vedi i profili richiesti, gli archeologi non sono ai primi posti. Forse in quel caso le competenze tecnologiche o la tecnologia in sé possono essere delle componenti che aiutano a trovare lavoro. Non saprei dirvi, perché non conosco il segmento di mercato… però è complicato. Che sia necessario, quello sì. Voi scegliete questo percorso per passione, immagino? E quindi continuate a farlo, per il momento non pensate al resto. Però è indubbio che la parte umanistica serva anche tecnologia; l’integrazione fra le due cose è necessaria secondo me. 

In tema di comunicazione, ci ha colpito, spulciando il sito del Giffoni Innovation Hub, l’enfasi che si pone su un linguaggio meno istituzionale per meglio entrare in contatto con i giovani. Si corre il rischio di svilire le tematiche affrontate, culturali o meno, con un linguaggio troppo semplice e poco istituzionale? 

Solitamente noi riuniamo ragazzi con aziende e istituzioni per ottenere sempre una contaminazione positiva. Sono cambiati molto i linguaggi negli ultimi 5 anni. Secondo me in questa fase storica i linguaggi e i canali di comunicazione cambiano troppo velocemente e le aziende sono spesso disorientate e affaticate per stare al passo. Non si tratta più del tipo di linguaggio (istituzionale o informale), ma di come si sta evolvendo la prospettiva delle cose. I creativi sono il giusto innesto per collegare giovani, aziende e istituzioni in modo equilibrato e con valore. 

Giffoni Innovation Hub si occupa di varie tematiche. Come fa l’Innovation Hub a diversificare i propri interessi e le sue attività? Quali sono i fattori sociali, economici… anche geopolitici, nella complessa fase storica che stiamo vivendo? 

Questa è una bella domanda, complicata. Dal lato progettuale, i nostri interessi sono nel creare posti di lavoro al Sud. Noi siamo partiti da questo problema: se si va a controllare l’indice nazionale di occupazione, l’Italia è messa malissimo per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, al Sud e in Campania ancora peggio.Siamo partiti da questo dato e come migliorarlo, creando percorsi di formazione affinché le competenze che noi forniamo ai ragazzi, possano essere utilizzate nel mondo del lavoro. In questo momento stiamo realizzando un master sull’area engine, un software utilizzato per realizzare modelli 3D ecc., così come stiamo facendo altri percorsi formativi. Questo cosa c’entra con il lavoro? Poco; stiamo parlando di un tema così complicato di cui stiamo subendo solo le conseguenze, perché le aziende investono meno, per le varie crisi che ci sono attualmente e che si stanno sovrapponendo. Da un punto di vista aziendale, noi stiamo affrontando, dunque, un rischio. Sulle tematiche attuali… come quelle politiche, non ne trattiamo noi. Tematiche sociali invece sì, in base ai progetti. Attualmente stiamo realizzando un progetto sulla leucemia, sulla depressione giovanile, con un film che sta andando molto bene. Scegliamo i temi anche in base a quelle che sono le nostre competenze. Potremmo anche interagire a livello geopolitico, non lo facciamo, ma potremmo farlo, esempio:  Uno dei temi che stiamo trattando è come portare la sostenibilità energetica in paesi come il Qatar, tramite aziende e multinazionali nostre partner come Eni, Enel e altre francesi e norvegesi, creando eventi lì in cui i giovani parlano di sostenibilità con le aziende che si stanno occupando di questo tema a livello internazionale, in un paese che sta cambiando geopoliticamente come il Qatar in relazione ai prezzi del gas ecc. ecc.; questo per ora ancora non lo stanno facendo, ma abbiamo in programma di farlo. Per ora non possiamo farlo perché necessitiamo di una squadra di persone di un certo livello. In alcuni paesi siamo messi molto bene, con aziende estere, abbiamo buoni rapporti anche con il governo italiano, che ci riconosce come una realtà importante. Stiamo rinforzando anche il nostro ruolo in Europa con la Commissione Europea…sono elementi utili che aiutano a farci conoscere a livello internazionale. Quindi cosa potremmo fare in futuro? In questo dovete aiutarci voi. Ci aspettiamo giovani come voi che si mettano in gioco con dei propri progetti e proprie idee. In sintesi, rispondiamo al problema principale che è aiutare a risolvere il problema della disoccupazione giovanile in Campania, ma dobbiamo anche fatturare, perché altrimenti l’azienda non va avanti, e poi dobbiamo comprendere le problematiche contemporanee e affrontare tematiche di questo tipo. Non è semplice.  

Noi italiani siamo soliti dire che in Italia abbiamo tantissimo patrimonio culturale, archeologico, artistico, ma che non sappiamo valorizzarlo a dovere, come succede invece all’estero. Un consiglio per chi vorrebbe investire nell’ ambito culturale? 

Io sono nato a Napoli, ho vissuto nel centro storico, in mezzo a chiese e in mezzo ad un patrimonio storico enorme. Ora Napoli sta diventando: lo scudetto, Maradona, roba da mangiare. È uno schifo. Ne parlavo proprio con un giornalista della RAI, Ettore di Lorenzo, con il quale stiamo facendo una produzione su alcuni personaggi storici che sono passati per Napoli, come Filangieri, Vico ed altri. Il problema è come tu racconti le cose secondo me. Ad esempio, se vai su Instagram puoi vedere un ragazzo che racconta i detti e le parole napoletane. È talmente bravo che ha avuto anche un elogio dal comune di Napoli, perché racconta una parte di cultura napoletana come non era mai stata raccontata. Come racconti le cose è una cosa fondamentale: il linguaggio, la comunicazione sono fondamentali. I beni li abbiamo, non è che non li abbiamo, ma il problema è come si scoprono. Io amo molto Parigi, seguo molto alcune cose di Parigi e persone che raccontano Parigi in maniera diversa. A Parigi, non so chi ci è stato, ma è una città dove puoi andare 1000 volte e scoprirai 1000 miliardi di cose diverse. Ma è così per qualsiasi luogo: esplori la Campania, la Puglia, la Basilicata… qualsiasi regione d’Italia ha 3000 cose da vedere. Secondo me il racconto è quello che dovremmo fare un po’ meglio e potremmo farlo anche un po’ meglio degli altri. Invece si vive un turismo troppo massificato. Arriva quel turismo che gira velocemente i negozi, va là e si mangia la pizza fritta e così via, parlo almeno della nostra regione. È un bel tema questo. Io lavorerei molto sulla comunicazione, secondo me quello è il linguaggio migliore, e poi anche per attività per famiglie, perché non ce ne sono molte secondo me.  

Alla fine questo è quello che il napoletano ha da offrire, proprio perché è quello che la gente vuole, tra virgolette. Le persone che guardano Napoli vogliono quello: lo scudetto, il cibo, Maradona, non pensano più ai grandi attori come Eduardo Di Filippo, Massimo Troisi… 

Io ho conosciuto Maradona. Ho avuto la fortuna di vivere il Napoli del primo scudetto. Mio padre non c’è più però penso: ora il Napoli vince lo scudetto e il primo pensiero va a mio padre. Io però non andrò a Napoli a festeggiare perché sarà una città invivibile quel giorno.  

La sua domanda però era più legata al fatto che noi non sfruttiamo un patrimonio enorme. In qualsiasi paese vai tu paghi qualsiasi cosa, mentre qui da noi le chiese non si pagano, se non sbaglio. C’è un business su ogni cosa e a noi manca un po’ di americanità, di visione di business di alcune cose, ma fa parte anche un po’ dell’essere italiani. 

Sì, infatti la frase tipica di noi italiani all’estero è: ho pagato per visitare una chiesa, un monumento, ma se vado in una regione a caso italiana ne posso vedere di più belli che però non sono valorizzati come all’estero. 

Il Cilento per me è il paradiso, e quello è sfruttato? No. L’aeroporto di Salerno? Un’occasione enorme per fare altri flussi di turisti organizzati bene. A volte sono tanti elementi che caratterizzano questo: un po’ la mentalità delle persone, c’è ancora molto provincialismo, c’è anche paura dello straniero. C’è ancora una mentalità poco globale da questo punto di vista. Anche questo secondo me, è un tema molto complicato. Poi ci sono anche interessi specifici di alcuni soggetti male interessati a gestire i viaggi in un certo modo. È un paese difficile questo, in altri paesi magari è più facile. 

Gli unici che sembrano riusciti ad evadere sembrano quelli della costiera amalfitana. 

In costiera però è chiusa la strada, quella è. Hai il limite spazio-temporale. Ho un amico che ha un albergo a Praiano, piccolo, ora lavora nel turismo. Sta gestendo tutta una serie di progetti che per cercare di migliorare i servizi. Quello è il paradiso. Chi viene in costiera, e vengono turisti anche a farsi matrimoni di 3 giorni da 100.000 dollari al giorno, ha un target ben diverso. 

Nel corso del tuo intervento hai più volte parlato di creatività, integrazione, internazionalizzazione e così via. Allo stesso tempo, però, hai presentato una serie di progetti e idee che sono partite da te e che vanno a coinvolgere questa nuova tecnologia che è l’intelligenza artificiale così come , ad esempio, l’ultimo progetto sviluppato  sulla depressione giovanile può trovare una soluzione nell’intelligenza artificiale, pensandoci. Non credi che queste due cose possano entrare in contrasto? Ad esempio, intelligenza artificiale e creatività, intelligenza artificiale e integrazione. Se sì, come pensi di riuscire a trovare un equilibrio perfetto tra le due cose? 

È una domanda molto complicata perché è un tema su cui stanno riflettendo diversi, milioni di persone. Ci stanno riflettendo anche i governi, le istituzioni religiose e ci stanno riflettendo anche le aziende. Quindi è una domanda molto complicata questa. Il tema è proprio cercare di capire come orientarsi in questo flusso abbastanza folle. Ogni giorno vedo nuovi software che nascono su questo, quindi la questione è che, secondo me, c’è una parte di persone che stanno usando la tecnologia per  integrare delle soluzioni migliori, come citavo ciò che sta facendo il Bambin Gesù che ha messo insieme vari ospedali per raccogliere più dati, e c’è invece chi sfrutta questo per fare un app, magari, per togliere lavoro ai creativi, ai designer, anche se è un altro tema molto complicato.  

Quindi la risposta non ce l’ho perché la domanda è troppo complicata in questa fase storica in cui c’è ancora molto disordine a riguardo. 

Riformulo. Scommettere sull’intelligenza artificiale, in qualche modo, si rischia di mettere in trappola quello che è il meccanismo dietro al Giffoni. Cioè, nel senso, utilizziamo questa nuova tecnologia, facciamo qualcosa di nuovo però questa cosa può nuocere ad un qualcosa di vecchio che però è ancora in crescita. Cioè, non ha paura di “farsi le scarpe da solo”? 

Il nostro compito di innovatori e quello di utilizzare in maniera consapevole e il vero segreto è proprio quello, ovvero cercare di lavorare con il vecchio, con una logica umanistica, naturalistica di alcuni principi che penso rimarranno sempre solidi rispetto ad un’evoluzione che non puoi fermare. Non è che puoi fermare l’intelligenza artificiale, come la fermi. Quindi tra Skynet di Terminator e la rivoluzione globale dell’essere umano combattente con la clava contro la macchina, il ruolo di Giffoni è molto complicato perché in parte educhiamo i ragazzi all’utilizzo della tecnologia in maniera consapevole, dall’altra parte la tecnologia progredisce a prescindere da quello che tu decidi. Questo sarà un tema iper-complicato ma per tutti. Quindi la domanda è molto complessa, la risposta ancora di più. Però, è un tema interessante questo. 

Magari l’innovazione starà proprio nel trovare la risposta a questa domanda? 

Si, dobbiamo essere bravi, anche per chi studia questo, a capire come orientare gli altri. Però, io vedo troppa roba che sta uscendo senza sosta ma dovunque. Mi informo ogni tanto perché leggo un sacco di progetti. Solo stamattina ho visto altre venti startup nate solo su questa roba qua. Fanno più o meno la stessa cosa però in 20 aziende che stanno facendo anche… non lo so. 

Che Dio ce la mandi buona. 

 

In tema di Giffoni Film Festival, Luca Tesauro è prezioso come un personaggio di Wes Anderson e magnetico come uno di Sorrentino. Nella sala si respira creatività quando c’è lui. Spontaneo, poliedrico e audace. La conversazione con lui inneggia libertà: nessun confine, nessun limite, solo sperimentazione e voglia di conquistare il mondo. 

 

A cura di: 

Andrea Parisi, Mafalda Ingenito, Marco Crocamo, Serena Li Pizzi, Simone Bove, Valentina Caroccia